Condividiamo una riflessione di Silvano Ambrosetticonsigliere del direttivo dell’associazione Amici Casa della carità.

L’iniziativa avviata congiuntamente, ormai più di un anno fa, da Casa della carità e Casa della cultura di Milano e a cui era stato posto il titolo “Per una società più umana”(ovvero “Con uno sguardo umano”) si fondava anzitutto sulla considerazione per cui quella in corso non si connoterebbe tanto come un’epoca di cambiamenti, quanto come un vero e proprio cambiamento epocale (tra l’altro non era ancora comparso il coronavirus…).

Attraverso dibattiti e documenti si è così provato ad approfondire alcuni fattori di fondo che segnerebbero il periodo in questione, caratterizzati da certe tendenze che non possono essere accettate supinamente. Si parla delle disuguaglianze che stanno crescendo in diversi paesi, tra cui il nostro. Di una politica incapace di essere all’altezza di un mondo globalizzato (a fronte dello strapotere di finanza e multinazionali e con i conseguenti rischi per la democrazia). Di un individualismo (con un ulteriore venir meno del senso di comunità) al quale contribuisce anche la diffusione dei social media (con il sorgere di una sorta di età dell’incompetenza). E della situazione ambientale (con i rischi gravissimi che ne derivano). Vi è poi un altro argomento meritevole di approfondimenti, che occorrerebbe affrontare in un modo più razionale rispetto a quanto solitamente non avvenga e che riguarda i processi migratori. Infine – non certo all’ultimo posto per importanza, anche perchè include di fatto tutti quelli prima accennati – vi è il tema del futuro delle giovani generazioni.

La discussione che si è sviluppata – e che aveva cominciato a coinvolgere importanti realtà appartenenti ai movimenti sindacale e cooperativo – cercava di indicare i pericoli gravissimi in cui si incorrerebbe se non si dovesse riuscire ad attivare soluzioni alternative a certe tendenze in corso: soluzioni su cui si era anche iniziato a ragionare. Poi è arrivato il coronavirus e tutto si è bloccato; ma se, come spero, l’iniziativa che era stata avviata dovesse riprendere, quanto sta avvenendo a causa della pandemia – ormai in corso in tutto il mondo – non potrebbe che rafforzare la necessità di spingere parti della società alla discussione sui pericoli e sulle possibili soluzioni alternative di cui si diceva.

Si considerino i fattori che sarebbero alla base del cambiamento epocale, alla luce di ciò che sta mostrando questa pandemia. Le disuguaglianze: con le ulteriori, gravi conseguenze che il coronavirus può produrre sul terreno economico e sociale e dunque una tanto maggiore necessità di invertire le tendenze in corso su questo piano. La politica, che non può accettare il fatto di doversi sempre levare il cappello dinanzi alle scelte di finanza e multinazionali: il che comporterebbe tra l’altro la necessità di un ricupero di ruolo per lo Stato nell’economia italiana (oltre naturalmente che di un rafforzamento del sistema sanitario nazionale).

Il contagio dovrebbe inoltre farci capire che siamo una comunità che comprende l’interezza degli esseri umani (detto con riferimento al soverchiante individualismo che è venuto sempre più connotando le nostre società e al principio per cui, in materia di diritti umani, qualcuno verrebbe ‘prima’ e qualcun altro dopo). E anche mostrarci come, al mondo, uomo e natura siano strettamente connessi: e che dunque l’ambiente non rappresenti qualcosa di estraneo, di ininfluente rispetto alle nostre vite. In altre parole, la pandemia ci sta mandando un messaggio molto chiaro: occorre aprire bene gli occhi su processi che sono in corso ormai da tempo, e pensare concretamente a come modificare certe tendenze cariche di pericoli per l’umanità, o per una parte assolutamente rilevante di essa.

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