Nell’ottavo anniversario della morte del cardinale Carlo Maria Martini, il presidente della fondazione Casa della carità, don Virginio Colmegna, ha voluto ricordare sulle pagine del quotidiano Avvenire la figura dell’arcivescovo di Milano che volle la Casa della carità.

L’editoriale è stato pubblicato nella giornata di martedì 1 settembre sia sul sito web della testata (qui il link), sia sulla versione cartacea del giornale (nell’immagine).

Il testo rievoca il pensiero e gli insegnamenti del cardinal Martini per renderli attuali nel tempo difficile che stiamo vivendo.

Lo riportiamo qui di seguito.

Otto anni fa la morte di Martini. Impegnati a generare il miglior futuro possibile

Otto anni fa, il 31 agosto 2012, ci lasciava il cardinale Carlo Maria Martini. Mai come in questo periodo di crisi profonda, mentre siamo attraversati e segnati dalla pandemia, ho ripensato alle sue sollecitazioni continue a non smarrire mai la direzione, a seguire la Profezia. Che per noi della Casa della carità – il suo dono alla città di Milano prima di lasciarla – significa farsi travolgere dal «fiume dell’ospitalità». Accogliere cioè gli ultimi della fila, gli «sprovveduti» come li chiamava lui, con disinteresse e spirito di servizio, in modo che tutto ciò potesse diventare un segno, un laboratorio, un patrimonio di cultura e di solidarietà attiva.

Questa è la lezione che oggi, in questo tempo così difficile, è ancora attuale: l’ospitalità segnata dallo stile della gratuità è la miglior generazione di futuro possibile, per ritrovare sempre anche la direzione verso città amiche e solidali. È da qui, da questa intuizione feconda, che ritroviamo la speranza per il «cambiamento d’epoca» che ci attende.

È quella carità che accoglie la giustizia e la spinge anche là dove parrebbe non esserci utilità sociale. È quella priorità culturale capace di lasciare tracce anche nella politica, nella società, nell’economia. È quella sete di spiritualità che riguarda e accomuna credenti, non credenti, interrogati e inquieti. La direzione che ci ha indicato il cardinal Martini è la ricerca di senso ed è per questo che chi, come noi della Casa della carità, si fa carico di persone povere e in difficoltà non deve ridursi a maneggiare numeri e non vite umane, a produrre risposte a dei bisogni e a non richiedere giustizia.

Martini richiamava continuamente ad avere fame di cultura, a farsi attraversare dalla solidarietà, a lasciarsi interrogare dalla Parola di Dio. Realtà come la nostra, e tutto il privato sociale che si ispira al legame con il Vangelo, non possono diventare solo imprese fra le tante, seppur di carattere sociale. Non possono essere autoreferenziali e limitarsi a gestire, oggi sempre di più, il problema della sopravvivenza perdendo lo spirito di cambiamento e di innovazione. Urge tenere viva la capacità di sfidare il limite e di attraversarlo con una nuova spiritualità, fatta di contemplazione, silenzio, preghiera, dialogo ecumenico e con tutte le culture, stili di vita rispettosi del Creato. Questo fermento continuo sta alla base di questo nostro essere sempre in ricerca, che come Casa della carità non possiamo dimenticare e che rappresenta per noi il lascito morale del cardinal Martini.

È un indagare nella dinamica contemplativa, un vivere una spiritualità dove si intravedono orizzonti nuovi che si alimentano con la Parola. Da qui sono nate le nostre ultime iniziative, anche di rilevanza nazionale, a partire da Reti della carità, promossa dagli Amici Casa della carità, e poi l’associazione Laudato Si’, la realtà di SON – Speranza Oltre Noi, insieme a famiglie segnate dalla disabilità, e il neonato movimento “Prima la comunità”, impegnato per una cultura della salute legata alle persone, alle famiglie, ai territori. Non sono solo esperienze, ma sollecitazioni che testimoniano il pullulare di ricerca di senso e l’energia che scaturisce da una spiritualità forte. Di tutto questo ringraziamo ancora una volta il cardinal Martini, sapendo che sempre vigila sul nostro cammino. In una lettura biblica si dice che «il Signore fece cieli e terra e il settimo giorno respirò».

Non si dice “si riposò”, ma proprio “respirò”. Forse qui vi è quella portata di riflessione e di silenzio, che va recuperata per far sì che tutto il nostro operare ritorni in quella “Dimensione contemplativa della vita” che poi fu il titolo della prima lettera pastorale del cardinal Martini.

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