Riportiamo qui di seguito una riflessione sul Corriere della sera (edizione Milano), pubblicata lunedì 16 novembre 2020, ispirata dall’incontro organizzato dalla nostra associazione lo scorso 30 ottobre in occasione della presentazione del libro “L’anziano e la città” (Erickson 2020)

MILANO SIA LUOGO AMICO DEGLI ANZIANI
di Giangiacomo Schiavi

Don Colmegna: no al circuito del rancore
«La città diventi guida per la longevità attiva, bisogna combattere le diseguaglianze perché chi non trascura nessuno è più forte. Indispensabile il dialogo fra generazioni»

Dai vecchi, ai disabili, ai poveri, nella zona rossa della pandemia si fa strada un pensiero indecente, un sottofondo di egoismo al quale eravamo disabituati, che sottovaluta l’inclusione e strizza l’occhio all’esclusione, e gioca pericolosamente con l’anagrafe e il numero dei morti: ottantenni, novantenni, malati con più patologie, debilitati, «non indispensabili» come ha detto, poi scusandosi, il governatore della Liguria Giovanni Toti.

Chi vive e chi sopravvive
Dietro al Covid c’è una problematica vecchiaia che mette in crisi ospedali e società e sdogana le idee estreme su chi assistere e chi lasciare al proprio destino. Ma nella realtà non c’è la vecchiaia, ci sono i vecchi: quelli che non vivono ma sopravvivono, quelli soli e quelli con la badante, quelli sani e quelli malati, quelli assistiti e quelli abbandonati, quelli con un reddito e quelli nella miseria, quelli con un ruolo sociale e quelli fuori da ogni radar, quelli con una famiglia e quelli senza, quelli con una casa e quelli nella casa di riposo…

«Bisogna togliere i vecchi dal circuito del rancore, dal veleno del rifiuto, dal pessimismo che assedia le città», dice lo psicogeriatra Marco Trabucchi. «Viviamo un tempo in cui dobbiamo salvare prima di tutto la comunità» e la comunità è un insieme di relazioni e di memorie in cui giovani e vecchi stanno insieme, amici e non nemici, in un passaggio di saperi, come ha scritto Emilio Isgrò sul Corriere, confessando che alla sua età non vuole privilegi: si invecchia per insegnare ai più giovani.

«Le nostre città devono diventare amiche degli anziani», è la proposta di Trabucchi che la Casa della Carità di don Virginio Colmegna vuole trasformare in un progetto con partenza da Milano: serve una rivoluzione urbana in grado di ridurre il disagio della solitudine, che nei momenti tragici come questo del Covid è l’aggravante della malattia. «Milano città amica degli anziani deve interessarsi di più dei suoi ospedali, dei sistemi gestionali che guidano le risposte ai cittadini, deve indicare possibili vie comuni per il bene delle persone più fragili. Ma deve anche difendersi dalla tentazione di subire passivamente la presenza di un numero sempre maggiore di persone in età avanzata e di sentirsene negativamente appesantita».

Una reazione possibile
Oggi nello smarrimento di Milano c’è lo smarrimento del Paese: bisogna reagire, dice don Colmegna, contro le nuove diseguaglianze e le vite di scarto, ma anche contro la rassegnazione. Se nel pieno della crisi pandemica il primo dovere è stato quello di salvare le vite, da oggi tutti dovrebbero farsi carico di un doppio compito, ancora più impegnativo, sostiene Trabucchi: come salvare le città dalla crisi economica e umana, dal disastro generale, per permettere che gli anziani offesi e profondamente feriti possano tornare alle loro abitudini e ricostruire due alleanze fondamentali: quella intergenerazionale con i giovani e quella terapeutica, sul territorio, tra medico e paziente. Il passaggio di saperi tra giovani e vecchi e la medicina che va dall’ospedale a casa: Milano potrebbe essere la città-guida verso una longevità attiva

In Italia c’è una popolazione sempre più fitta di anziani che si avvia a diventare un terzo della popolazione nel 2045, «e si alza come un iceberg davanti alla nostra vista, alla nostra coscienza, alla nostra responsabilità», scrive il medico filosofo Giorgio Cosmacini. Nel suo saggio Salute e malattia fino al tempo del Coronavirus ricorda come nell’antica Roma si era arrivati a decisioni drastiche, la vita vissuta poteva anche finire per sopravvenuti limiti di età con un tuffo nel Tevere, pietra al collo inclusa. Ma allora 60 anni erano il traguardo finale, «il tempo in cui si dismetteva la divisa militare e cominciava la senex, come la chiamava il letterato dell’epoca Varrone». La vita media di un individuo ai tempi di Cesare era sui 30 anni, molte donne morivano per complicazioni della gravidanza, gli uomini se la giocavano con le malattie e con le guerre. Diventar vecchi nell’antichità voleva dire soprattutto essere fortunati, spiega Cosmacini. Ma nessuno dimentica Enea che porta sulle spalle il vecchio padre Anchise e tiene per mano il figlio Ascanio: tre generazioni, l’immagine della civiltà. Oggi che gli uomini hanno un’aspettativa di vita alla nascita di 84,6 anni per la donna e 79,8 per l’uomo, i sessant’anni sono l’inizio di una nuova avventura, il secondo tempo della vita contro il quale il Covid si accanisce: ma non per questo si deve dargliela vinta.

«Non restare fermi»
La vecchiaia è una conquista medica e sociale che distingue una società civile da quella barbarica e le minacce alla longevità espresse da negazionismi e superficialismi «sono minacce alla nostra società, alla nostra vita e alle nostre conquiste», dice l’economista Marco Vitale: la vecchiaia è la cartina di tornasole del benessere di un popolo e della sua solidarietà. «Quello che accade ci invita a non restare fermi», suggerisce don Colmegna. Viviamo in una società che ha paura della vecchiaia, che la percepisce come un problema. «La vecchiaia dei bisogni», la chiamava il gerontologo Carlo Vergani, scomparso anche lui nel gorgo del Covid: più malati cronici, più persone che necessitano di assistenza, di ascolto, per le quali le energie perdute dal singolo vengono surrogate dall’ambiente sociale di appartenenza. O dalla rete del volontariato. Ecco il ruolo della città amica degli anziani, riassume Trabucchi: «Non una città fragile, ma al contrario, una città forte, in grado di non trascurare nessuno. Una città che non opprime, che non vuole controllare tutto, ma offre una protezione serena, gentile, senza interruzioni». Milano può essere questo? Lo è già: l’amicizia è nel suo cuore e nella sua storia: oggi può dimostrare con l’esempio che una società che abbandona i vecchi è una società sbagliata, senza memoria e senza umanità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...