Testo di Valerio Gallinella, consiglio direttivo Amici Casa della carità

Abbiamo già avuto modo di incontrare e di apprezzare l’altissima qualità e sensibilità professionale di Massimo Pulini all’Auditorium “Teresa Pomodoro” della Casa della carità il 30 Marzo 2019. In quella occasione Il Professore tenne una conferenza magistrale su Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino. Massimo Pulini è docente di pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, storico dell’arte tra i più autorevoli in ambito nazionale e internazionale e ha scritto numerosi saggi e libri, in particolare riguardanti artisti del Seicento. Ecco il dialogo che si è svolto nell’incontro.

Massimo Pulini

La ringrazio di aver accettato di concedermi questa intervista che costituisce un proseguimento culturale della Sua conferenza del Marzo 2019 sul Guercino. Inizio subito con una prima domanda che tocca il punto di vista tecnico-professionale. In molti casi il Suo lavoro lambisce l’avventura e accende, anche in questo ultimo caso, la fantasia e la voglia di sapere di coloro che hanno seguito l’ultima vicenda del grande maestro milanese: che cosa ha provato facendo questa scoperta? Questa scoperta come arriva e da dove arriva?

«In moltissime occasioni l’avventura è proprio un dato di fatto, perché a volte io mi trovo nei depositi di un museo, o di un palazzo, o di una collezione, a rintracciare un’opera di cui ho avuto conoscenza attraverso un documento scritto. Questa ricerca può essere paragonata al lavoro di un investigatore privato. In altre situazioni, le scoperte, soprattutto da quando c’è il digitale, avvengono consultando archivi telematici, oppure cataloghi d’arte o di collezioni private. In questa storia il caso ha voluto che uno dei tanti antiquari e collezionisti coi quali collaboro, e qui parliamo del notissimo Giancarlo Ciaroni della Galleria Altomani di Pesaro e Milano, mi abbia inviato una fotografia come una delle tante che mi manda, senza aggiungere nessuna parola. La fotografia riproduceva un’immagine del catalogo della casa d’Aste madrilena Ansorena. Il catalogo attribuiva l’opera al Circulo de José de Ribera (1591-1652), detto lo Spagnoletto, tra i principali protagonisti del caravaggismo napoletano. La fotografia, e qua possiamo individuare uno degli schemi di ricerca di un’opera d’arte, a sua volta era stata inviata a Giancarlo Ciaroni da un antiquario Lucano, Antonello Di Pinto che non aveva individuato il vero autore dell’opera che proponeva all’interesse di Ciaroni. Il 24 di Marzo Ciaroni mi invia la fotografia. Trascorre un minuto tra invio della foto e la mia risposta: “ Ma ……..questo è un Caravaggio! Ed è probabilmente quello della gara Massimi».

Ma quali sono stati gli elementi che Le hanno consentito l’immediata attribuzione dell’opera al maestro Caravaggio?

«Il contesto di luce notturna e della luce come rivelazione. L’azione della luce sui tre personaggi affacciati al sinedrio o alla casa di Pilato. Caravaggio mostra la conclusione del processo al re dei Giudei la derisione che il Cristo patisce ironicamente vestito da re e raffigurata sulla tela attraverso tre simboli: la corona di spine, la canna di fiume come scettro e la parziale vestizione col mantello di porpora che rappresentava il colore del potere romano. Quella derisione costituisce quella che è nota come l’iconografia dell’Ecce Homo. L’opera è tratteggiata con una semplicità priva di ogni retorica manierista. Contrariamente ad altre versioni dell’Ecce Homo, che mostrano torsioni eccessive delle figure rappresentate, espressioni grottesche degli sgherri che hanno torturato il Cristo, l’opera restituisce quella semplicità, priva di ogni retorica, tipica del Caravaggio. Vi è nell’opera una sobrietà di rappresentazione, una pacatezza che è quasi ispirata al -vero e al sincero- (i canoni fissati dal Cardinale Gabriele Paleotti nel 1582 per la rappresentazione delle immagini sacre). Il viso del Cristo rappresenta l’Ecce Homo, il momento è sia fisicamente che moralmente doloroso. Il viso assume un atteggiamento di estrema mestizia. Caravaggio accentua, con grande maestria e genialità, il senso di dolore del Cristo inserendolo tra due figure che guardano lo spettatore, mentre gli occhi del Nazareno guardano a terra. Sempre in relazione ai criteri di attribuzione del dipinto si possono osservare sulla tela, sia morfologicamente che stilisticamente, sia per luminosità che per fisicità, dei riscontri straordinari almeno quanto quelli che già si posseggono a livello documentario».

Ma il Maestro usava disegnare sulla tela?

«Caravaggio è stato un grande disegnatore di cui non abbiamo la percezione nei dipinti. E’ infatti assolutamente impensabile che un artista che si forma in una Milano in pieno manierismo non abbia strutturato la propria forma mentale attraverso il disegno. Tutte le figure artistiche di quel periodo sono dei grandissimi disegnatori. Giova ricordare che quando Caravaggio giunge a Roma è preceduto dalla fama di ritrattista. A questo riguardo dobbiamo attenderci ritrovamenti di opere non ancora emerse, dipinte a Milano».

Tornando all’Ecce Homo di Madrid Lei ritiene che vi sia stato un disegno sulla tela?

Anche il Cinema, si ricordi lo splendido film di Francois Truffaut del 1973, intitolato “Effetto notte”, utilizza la tecnica dell’effetto notte per simulare un’ambientazione notturna anche se le riprese sono effettuate alla luce solare.

«L’ho sempre pensato guardando i segni e i solchi incisi sulle tele del Caravaggio e presenti anche sull’Ecce Homo di Madrid, in alcuni punti particolari e strategici delle figure rappresentate, a riferimenti per il posizionamento di cartoni, studiati in precedenza, in relazione alla prospettiva, alla luce e alle ombre. Nei miei saggi ho sostenuto che Caravaggio usasse due pareti, ad angolo, dipinte di nero che potevano servire da effetto notte, in un momento diurno. Il tutto veniva colpito da una luce dall’alto attraverso un lucernaio o un’alta finestra. Caravaggio dipinge di giorno non utilizzando fiaccole che danno una luce tremolante attraverso una fiamma vibrante».

«Se oggi si ponesse un modello in posa nelle stesse condizioni sopra descritte ( pareti nere ad angolo, luce in diagonale dall’alto), verrebbero fuori i caratteri che avrebbe potuto ritrarre il Maestro milanese».

Il Caravaggio ha una bottega? Ed è vero che avesse un caratteraccio molto rissoso?

«Caravaggio, anche per questa sua condizione di transfuga che deve assumere giocoforza dopo l’assassinio di Ranuccio Tommasoni, non ha una bottega o degli allievi che intervengono sulle sue opere ma semplici aiutanti. Solo dopo la sua morte, che avviene nel 1610, i pittori che hanno visto le sue opere vengono coinvolti nel naturalismo del Merisi e danno vita ad una fase “caravaggesca” della storia dell’arte europea. Rispondendo alla seconda domanda si sa dai biografi che il Caravaggio era un tipo scontroso, spesso coinvolto in risse e polemiche, amante delle nottate brave. Il tutto era favorito da una situazione abitativa già di per se stessa esplosiva. Caravaggio infatti viveva nel quartiere di Nerone di Piazza del Popolo. Nel quartiere abitavano artisti, soldati e prostitute e si trovavano una miriade di bettole e osterie, un contesto che obbligava ad una specie di tempratura del carattere. Una grande afflizione che Caravaggio visse fu la presenza, nel quartiere di Nerone, di molti artisti che avevano ricevuto il cavalierato. Questi oltre ad avere un riconoscimento sociale, potevano portare la spada, cosa che al Caravaggio era negata anche se l’Artista, e questo fu il motivo degli arresti che subì, era uso portare segretamente uno stiletto».

Vi è qui un intreccio tra i fermi subiti dal Caravaggio e il dipinto di cui stiamo parlando?

«Il dipinto ha la meravigliosa fortuna di avere una nota di pugno del Merisi che ne indica la realizzazione nel tempo di un mese e cinque giorni. Infatti il Caravaggio il 25 Giugno del 1605 firma un documento dove attesta che consegnerà al cliente Massimi il primo Agosto 1605, un dipinto della stessa dimensione di una incoronazione di spine. Sottolineo qui che in quel periodo l’Artista viene arrestato, fermato come diremmo oggi, per due volte. La prima perché aveva imbrattato la casa di due donne che si intuisce fossero prostitute. La seconda perché viene alle mani con una persona di cui si conosce anche il nome. Questi episodi indicano quale è il livello della sua sfrenatezza».

Il Caravaggio nonostante i fermi subiti riesce comunque a finire l’opera che gli è stata commissionata dal Massimi?

«Si può ritenere di si. A questo riguardo si deve evidenziare che tra i dipinti sul tema dell’Ecce Homo, posseduti dal Massimi se ne conosce un altro e si ha memoria anche di un terzo che non è stato oggi ancora ritrovato. L’altro “Ecce Homo”, che è agli Uffizi, è realizzato da Ludovico Cardi detto il Cigoli due anni dopo, nel 1607; ne parla il nipote di questo Cigoli, nella biografia scritta sullo zio. il Cigoli era in gara sul tema dell’Ecce Homo con il Caravaggio e con il Passignano. L’opera di Caravaggio e quella che abbiamo ritrovato in Spagna ( anche il Bellori, biografo del Caravaggio, sostiene che l’opera vada in Spagna) e quella del Cigoli oggi è a Firenze alla galleria Palatina (Uffizi)».

E qui entriamo nella storia della vita del Caravaggio:

«Ci troviamo di fronte ad un “Ecce Homo” realizzato da Caravaggio nel 1605 e ad un ecce Homo dipinto dal Cigoli nel 1607. In questi due anni. Capita che, nel 1606, Caravaggio uccida Ranuccio Tommasoni. Da quel momento per il Massimi tenere il dipinto di un assassino diventa disdicevole e molto ingombrante, considerato che nella potentissima famiglia del Massimi vi erano stati diversi cardinali. L’Ecce Homo attraverso il processo a Gesù, come espressamente richiesto dal committente, doveva rappresentare il punto di estrema ingiustizia dell’umanità: l’incomprensione del Cristo. Vi è quindi la necessità di liberarsi dell’opera di Caravaggio che potrebbe essere stata allontanata da palazzo Massimi (oggi museo archeologico nazionale), ricomprendendola nelle cose che il Cardinale Innocenzo Massimi porta con sé, quando nel 1623 viene nominato Nunzio Apostolico a Madrid».

Abbiamo brevemente tracciato la genesi e la storia dell’Ecce Homo che Caravaggio dipinse nel 1605 e che molto di recente ha rappresentato una sorta di “Intrigo internazionale” che ha travalicato le cronache d’arte. Ci vuole raccontare come si sono svolti i fatti?

«L’intrigo internazionale ha avuto inizio pochi giorni prima della data stabilita per l’asta, l’8 Aprile, asta che non è poi mai stata esperita , il dipinto è stato infatti ritirato tre giorni prima il 5 Aprile. In precedenza a quella data Giancarlo Ciaroni della galleria Altomani, torna a contattare Antonello Di Pinto che gli aveva segnalato l’opera inserita in asta, attribuita alla cerchia di José de Ribera. lo scambio di mail che Ciaroni ha avuto con me, dove spiegavo e illustravo i motivi che mi avevano inequivocabilmente fatto attribuire l’opera al Caravaggio, consentono a Giancarlo Ciaroni di comunicare ad Antonello Di Pinto di essere concretamente interessato all’opera. A questo riguardo Ciaroni chiede riservatezza. Antonello Di Pinto dichiara di aver già mandato la stessa fotografia d’asta a qualche altro antiquario. Antiquari che non si erano palesati sino a quel momento. Ciaroni comunque stringe un nuovo rapporto di riservatezza con Antonello Di Pinto, che avendo capito il peso diverso che si poteva attribuire all’opera, invia a Vittorio Sgarbi, il giorno 25 Marzo, la medesima fotografia che avevo già esaminato, per conto di Ciaroni e che mi aveva già permesso di attribuire l’opera a Michelangelo Merisi. Sgarbi risponde ad Antonello Di Pinto il giorno 26 Marzo dicendogli che l’opera poteva essere un Caravaggio e che c’era bisogno di lavorarci. Mentre la notizia del possibile ritrovamento si diffonde, Giancarlo Ciaroni e alcuni responsabili della galleria Altomani volano a Madrid e li si installano, avendo modo di vedere dal vivo il dipinto e di farne diverse fotografie di dettaglio. Ciaroni instaura un rapporto con la casa d’aste, chiedendo in modo pressante un incontro con la proprietà. Si comincia una trattativa con la galleria madrilena Ansorena. Ciaroni ha infatti coscienza che l’unica possibilità di portare il dipinto in Italia sia quella di acquistarlo prima dell’asta. Il tentativo procede con difficoltà, l’incontro con la proprietà e con il direttore dell’asta, si concretizza solo il cinque Aprile alle due del pomeriggio. Ciaroni arriva all’appuntamento ma due ore prima, dopo che il Ciaroni aveva già abbozzato una trattativa attorno a 600.000 Euro, con disponibilità ad innalzare la cifra, considerando l’opera come di Ribera, arriva la telefonata di un antiquario italiano tra i più famosi del mondo che formula un’offerta di tre milioni di euro. A quel punto la nuova offerta rivela che l’opera non poteva essere un Ribera perché le opere di José de Ribera non potevano valere così tanto. La proprietà e la casa d’Aste si insospettiscono e decidono di ritirare l’opera dall’asta e di sospendere la trattativa con Ciaroni, dichiarando che alcune voci che erano a loro giunte, suggerivano che l’opera fosse molto importante e era necessario far studiare il dipinto. Ciaroni, sentitomi telefonicamente, il nostro contatto in quei giorni era continuo, fa stampare il mio saggio, e per fare capire che avrebbe voluto rimanere legato alla gestione e al controllo condiviso dell’opera, consegna il Saggio, datato 31 Marzo 2021, ai proprietari dell’“Ecce Homo”, oramai disvelato, e al direttore della galleria evidenziando che l’opera non deve essere studiata perché l’opera è già stata studiata dal Professore Massimo Pulini e questo è il risultato. L’attribuzione dell’opera al Caravaggio che faccio attraverso il saggio, ha un effetto deflagrante in campo artistico e apre un dibattito di molto interesse. L’opera viene ritirata dall’asta il giorno 5 Aprile ed il 7 dello stesso mese arriva la notifica dello Stato Spagnolo che vieta l’esportazione della tela al di fuori dei confini di stato. Il sogno di donare al nostro Paese ancora una grande opera del Caravaggio si infrange. Viva resta comunque la soddisfazione di aver scoperto un “Ecce Homo” che si credeva perduto e che dietro di sé celava un periodo cruciale della vita di Michelagelo Merisi detto il Caravaggio».

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